Imballaggi, la parola a Sachet. Verso la nuova frontiera, un passo alla volta

“Non esiste un imballaggio migliore dell’altro, per ogni prodotto è necessario individuare lo strumento più idoneo in funzione di ciò che contiene al suo interno”. È questa la doverosa premessa del dott. Marco Sachet, direttore dell’Istituto Italiano Imballaggio, all’inizio della lunga chiacchierata con Fresh Cut News.

– Dottor Sachet, qual è lo stato dell’arte del packaging nella IV Gamma in Italia?
“Nella maggior parte dei casi per i prodotti di IV Gamma si utilizzano i cosiddetti ‘imballaggi flessibili poli-accoppiati’, costituiti da più strati di materie plastiche in grado di svolgere tutte le funzioni fisico-chimiche richieste dal prodotto, ovvero capaci di fungere da barriera protettiva nei confronti dell’ambiente, dei gas e, talvolta, della luce. In particolare, rispetto al vapore acqueo che può crearsi nelle buste di insalata è per lo più diffuso il ‘trattamento anti-fog’, una particolare resina in grado di limitare la condensa. Infine, in alcuni casi, per inibire l’azione dei microrganismi aerobi e di eventuali fenomeni quali l’ossidazione, il cambiamento di colore e l’imbrunimento, vengono utilizzate soluzioni in atmosfera modificata. Ma questo è un mondo complesso che meriterebbe un capitolo a sé”.

– Qual è la direzione verso cui ci si sta maggiormente muovendo?  
“Ad oggi la ricerca, sostenuta in modo particolare dalle stesse aziende del settore, si sta orientando verso lo studio di soluzioni ritenute più valide sotto il profilo ambientale, ovvero meno impattanti per la natura e, dunque, ecologicamente più sostenibili. Mi riferisco all’utilizzo di polimeri non di sintesi ma derivanti da materie prime rinnovabili, quali l’amido di mais o altri polimeri naturali. Al momento tuttavia l’effettiva validità in termini costi-benefici per l’ambiente è ancora da stabilire caso per caso. In termini economici il costo dei polimeri ottenuti da materie prime rinnovabili è in genere più elevato mentre le funzionalità di barriera, in particolare quella al vapore acqueo, sono in genere inferiori rispetto a quelle dei polimeri di sintesi. Tuttavia sono alternative che potrebbero avere una certa logica di utilizzo nella IV Gamma perché più traspiranti e dunque in grado di garantire la fuoriuscita del vapore acqueo di cui si parlava poco fa”.

– E i famosi Active Packaging o imballaggi intelligenti?
“Si tratta di imballaggi che hanno la capacità di interagire con il prodotto in essi contenuto: confezione e alimento non sono più visti come due entità separate, come inizialmente presupposto dal Legislatore secondo cui gli imballaggi dovevano essere ‘inerti’, ma diventano elementi che possono interagire, normati da specifiche direttive UE recepite dall’Italia, Paese che tra l’altro ha fatto scuola in materia a livello europeo. In particolare gli imballaggi attivi influenzano positivamente il prodotto attraverso il rilascio, ad esempio, di antimicrobici e antiossidanti, o grazie all’assorbimento di ossigeno o etilene, oppure regolando l’umidità interna. Nonostante le potenzialità, questa tipologia di packaging non è molto diffusa nel nostro Paese, forse perché il prodotto ortofrutticolo autoctono, IV Gamma compresa, è in genere abbondante. In Giappone, al contrario, dove frutta e verdura sono per lo più di importazione, c’è un elevato interesse attorno a questo tipo di imballaggio”.

Chiara Brandi

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