Serre: siamo indietro. Serve una via nazionale all’innovazione

L’ammodernamento della serricoltura italiana è una carta strategica importante per giocare la partita della competitività sul mercato globale. Passa da una via nazionale all’innovazione disegnata su misura per l’Italia ed è un passaggio obbligato se si considera che oltre il 70% del parco serre del Belpaese oggi ha un livello tecnologico medio-basso mentre i nostri competitor, la Spagna prima fra tutti, diventano sempre più aggressivi.

Ne parliamo con Stefania De Pascale (nella foto), professoressa ordinaria di Orticoltura e Floricoltura all’Università Federico II di Napoli e Componente del consiglio direttivo dei Georgofili e presidentessa del Comitato consultivo per le Colture protette e il florovivaismo nonché presidentessa della Division Protected Cultivation and Soilless Culture della International Society of Horticultural Science.

– Qual è la situazione attuale della serricoltura italiana? Possiamo scattare una sorta di fotografia?
“Secondo alcuni dati in mio possesso – ci spiega De Pascale – abbiamo circa 10mila ettari di serre in vetro, quelle più tecnologiche per intendersi e prevalentemente destinate a ortaggi a ciclo lungo oppure a fiori ornamentali. Altri 42 mila ettari, invece, sono di serre in plastica. Se poi prendiamo in considerazione anche gli impianti coperti, ad esempio con agrotessili, dobbiamo aggiungere altri 40 mila ettari, mentre di piccoli tunnel usati ad esempio per gli anticipi di trapianto se ne contano circa 80 mila”.

– Parlando di serre in senso stretto, quelle circa 52 mila in tutto il Paese, qual è il livello di innovazione tecnologica rispetto ai nostri competitor europei?
“La stragrande maggioranza delle serre ha un livello tecnologico medio e medio basso. Ma fare paragoni con altri Paesi, come ad esempio l’Olanda che rappresenta un punto di riferimento della serricoltura mondiale, non ha senso. Per l’Italia servirebbe una via all’innovazione della serricoltura nazionale che sia adeguata alle esigenze del territorio e del tessuto produttivo. Che tenga conto, cioè, delle caratteristiche pedoclimatiche della penisola e che sia sostenibile non solo ambientalmente ma anche economicamente per gli agricoltori”.

– Dice che il costo dell’innovazione è insostenibile e che siamo destinati a restare indietro?
“No, assolutamente. Ci sono interventi che possono essere affrontati senza problemi dalle aziende agricole perché non costosi. Si pensi a quelli legati all’introduzione di sensori, sonde, piccole stazioni meteo. Il problema qui è che nel mare magnum dell’innovazione serve necessariamente la figura di un consulente che faccia da tramite tra il mondo della ricerca e il campo, realizzando di fatto un trasferimento di conoscenza applicata alle esigenze di ogni specifica azienda. Questa cultura di affidarsi a qualcuno, si sta iniziando a diffondere adesso. Prima gli agricoltori, facevano tutto da soli”.

– Quali sono le priorità?
“Bisogna iniziare a pensare innanzitutto a diversificare. Oggi la logica del produttore medio è: se un prodotto funziona, continuo a piantare, senza pensare che il rischio di saturazione del mercato è dietro l’angolo. Parlando di diversificazione, bisogna sviluppare nuove cultivar specifiche per il nostro clima mediterraneo, sistemi di gestione dell’irrigazione e della fertirrigazione. Di innovazioni a portata di mano ce ne sono tante sul mercato ma non arrivano in campo. Per capire il gap, basti pensare che oggi in Italia, neanche il timer per l’irrigazione è diffuso”.

– Quale ruolo può svolgere la parte pubblica – Stato, Unione Europea e Regioni – in questo processo di upload?
“Ci sono settori che per la loro importanza dovrebbero necessariamente essere gestiti su un piano pubblico. Penso, ad esempio, alla gestione della risorsa acqua. In Spagna, che accusa i colpi di una grave carenza idrica, ci sono impianti grossissimi. Lo Stato si è fatto carico della costruzione, per fare un esempio, di grandi impianti di desalinizzazione dell’acqua. Sarebbe poi anche importante, in un’ottica di economia circolare, definire un sistema di regole per lo smaltimento, la raccolta e il riciclo dei sottoprodotti della serricoltura. Qui c’è un mondo ancora inesplorato fatto di film, pannelli, imballaggi, plastiche, substrati e contenitori di vario tipo”.

– Qual è, invece, il ruolo della ricerca pubblica?
“Credo sia proprio quello di pensare la via nazionale all’innovazione e poi lavorare in sinergia con chi si occupa di divulgazione”.

Mariangela Latella