LA STORIA. Renato Giavazzi imprenditore in trincea nella Bergamasca

Bergamo, cuore della produzione di IV Gamma made in Italy, nonché provincia d’Italia più colpita dalla pandemia di Coronavirus. Un territorio in cui oggi non è facile andare avanti. C’è la paura, ci sono i posti di blocco, ci sono gli ospedali strapieni e bisogna rinunciare a curare molte persone. Soprattutto ci sono morti. Molti. Troppi. Più che in qualsiasi altra provincia italiana.
(Sono impresse ancora negli occhi di tutti le immagini delle lunghe file di camion militari che hanno portato fuori dalla città le tante salme che non potevano essere cremate perché troppe).
È difficile lavorare in queste condizioni. Per alcuni sarebbe impossibile. Non lo è per Renato Giavazzi (nella foto), titolare della GEAC, azienda agricola Renato Giavazzi, parte dell’AOP Uno Lombardia e fornitore del colosso Bonduelle. Un imprenditore agricolo tra i più noti della provincia di Bergamo.

Da quando è scoppiato il bubbone del Coronavirus, Giavazzi non ha mai smesso un solo giorno di andare a lavorare per garantire le forniture di IV Gamma. E continua a farlo anche adesso che i suoi dipendenti amministrativi sono in smart working. Rimasto solo in ufficio, fa tutto da solo, dalla mattina alla sera.
In un territorio dove ogni Comune è blindato, e possono spostarsi solo i lavoratori delle filiere di prima necessità, come quella agroalimentare, ogni mattina parte da Bergamo per raggiungere i suoi impianti di Osio Sotto e poi ritornare a casa la sera, ma prima delle 20, perché dopo i militari dei presidi cominciano a storcere il naso se vedono girare della gente per strada.

“Lo faccio per dedizione all’azienda di famiglia – spiega l’imprenditore -. Io sono la quinta generazione. Ho preso in mano le redini di questa  società che ha fatto la storia di Bergamo grazie alla lungimiranza del mio avo Giovanni che, a cavallo tra Ottocento e Novecento, la convertì alla produzione di bachi da seta cinesi. Andò a prenderli da solo direttamente in Cina a cavallo! Quando sono arrivato io, negli anni Settanta, era una piccola azienda zootecnica gestita da un fattore perché noi discendenti eravamo diventati tutti dei professionisti. Io stesso avevo iniziato la mia carriera di avvocato nello studio di famiglia. Ho deciso di abbandonare la zootecnia e iniziare a fare IV Gamma che allora garantiva margini a doppia cifra, contribuendo, insieme ad altri imprenditori della zona, alla costruzione del grande polo produttivo bergamasco e lombardo”.

Oggi, ai tempi del Coronavirus, alcune di quelle aziende sono ferme, ma non la sua. Con Bonduelle continua a collaborare in uno spirito di grande solidarietà e dialogo in questi tempi così drammatici. Ma anche Giavazzi, da qualche settimana, ha iniziato ad accusare i colpi degli acquisti a singhiozzo conseguenza della politica dello ‘stay home’.

“Dedichiamo alla IV Gamma cinque ettari dell’azienda – ci racconta -, il resto, altri 100 ettari, sono dedicati ai seminativi come mais, soia, orzo e frumento. Ma francamente non so se piantare quest’anno. Con i miei tre operai fissi e qualche bracciante a giornata che chiamo nei momenti di picco produttivo, abbiamo dovuto gestire, nelle passate settimane, boom di ordini del 100% che non sempre riuscivamo ad evadere”.
(Per sostenere i picchi di richiesta da parte della GDO, Bonduelle Italia, in questo periodo di difficoltà, pare abbia chiesto il supporto delle filiali francese e tedesca ma, pare che Oltralpe, in fatto di mancanza di braccianti, le cose non vadano meglio).

Molte aziende della Bergamasca stanno soffrendo per mancanza di personale. Stranieri che non accettano più il rischio di andare a lavorare. Qualcuno ha avuto anche dei contagi e allora sono tutti in quarantena. Ma si deve andare avanti per forza per non buttare all’aria una vita di sacrifici.

“Due giorni fa – racconta Giavazzi – si vociferava di aziende tedesche completamente ferme perché senza personale. È difficile poi anche il trasporto sia per esportare il prodotto che per farlo arrivare in Italia, dove la richiesta della GDO è fortissima ma a singhiozzo. Nessuno può prevedere quando arrivano gli ordini, si va per previsioni e supposizioni. Quando arrivano sono consistenti e poi si sta fermi per giorni. Talvolta, per evitare sprechi, non ci resta che refrigerare le insalatine e consegnarle alla richiesta successiva ma questo fa aumentare i reclami che oscillano, in questo periodo, intorno al 20%. Anche se, vista la situazione, la possiamo considerare una cifra praticamente irrilevante”.

Dopo i primi picchi di domanda, da questa settimana si è iniziato a registrare un rallentamento, con cali di ordini anche del 50%. Il mondo dell’industria, dei professionisti, quelli che consumavano la ciotola di insalata in ufficio o prendevano la busta per farci una cena veloce a casa, è fermo. Erano loro che assorbivano prodotto dalla GDO e ora c’è un gap di consumo. “Ci aspettiamo comunque – afferma Giavazzi – che le richieste tornino a risalire a brevissimo, dalla prossima settimana, anche del 60-70%. In tutto questo marasma, prevedo, tra picchi e cali di domanda, di chiudere l’anno con un fatturato in linea con l’anno scorso. Sempre naturalmente se questa situazione di emergenza non si protragga per mesi. Chi può dirlo. Qui cerchiamo tutti di dare un contributo. La cosa più importante, adesso, è la costruzione del polo ospedaliero da campo voluto dal sindaco Gori per avere dai 500 ai mille posti letto in più. Anche noi stiamo collaborando. Ognuno fa la sua parte”.

Mariangela Latella