Santo Bellina: “La crescita dei costi ci obbliga all’aumento dei prezzi”

Servono almeno 50-60 centesimi in più al chilo, che la GDO deve riconoscere ai produttori, perché il settore di IV Gamma possa riprendersi dalla batosta e, soprattutto, continui ad essere sano. Se anche si aumentassero del 10% i prezzi di vendita a scaffale, il consumatore non se ne accorgerebbe. In caso contrario, alle condizioni attuali, gli operatori saranno costretti a lavorare sull’ottimizzazione dei costi e da qualche parte dovranno pure tagliare, penso ad esempio, sul numero dei controlli e delle analisi dei campioni”.
Così Santo Bellina, uno dei padri fondatori (se non il primo) del settore della IV Gamma in Italia, commenta la progressiva erosione dei margini ai produttori di ready-to-eat, alla vigilia del rinnovo annuale dei listini.
Dopo l’anno più nefasto del Covid, il 2020, che ha fatto perdere al settore circa 200 milioni di euro di fatturato per il calo della domanda, dopo la ripresa del 2021 caratterizzata però da un calo vertiginoso delle liquidazioni al produttore a fronte di un’impennata del costo delle materie prime, e da un eccesso di promozioni in punto vendita da ‘fuori tutto’ con buste a 99 centesimi come costante dei banchi frigo, i player del settore iniziano a ragionare sugli sviluppi del mercato.
“Non possiamo ignorare – precisa Bellina – che i costi sono destinati a crescere anche nel 2022. Non solo quelli delle materie prime, ma anche del personale, a meno che non si facciano operazioni poco trasparenti sulle operazioni di reclutamento. La manodopera costa di più non solo perché è carente, ma anche perché, con l’evoluzione del settore, serve sempre più personale specializzato. Noi, come OP La Maggiolina, che ha 200 ettari di serre, ogni anno assumiamo un agronomo in più. Servono controlli sempre maggiori sul prodotto. In genere, tutto costa di più. La plastica, ad esempio, ha subìto un aumento del 20-30%. I costi per costruire serre nuove sono praticamente raddoppiati. A fronte di tutto questo, ad oggi, solo qualche retailer italiano, e solo tra i più grandi, riconosce qualche cosa in più nelle liquidazioni al produttore, ma non basta”.
Tra le strategie per creare valore aggiunto, dopo un primo intervento dei fornitori sull’aumento dei formati per vendere maggiori volumi di prodotti di IV Gamma, ci sono le nuove tattiche sui progetti che puntano sulle denominazioni di origine (come quello della rucola IGP della Piana del Sele), sulle certificazioni bio e soprattutto a ‘residuo zero’ verso cui, in quest’ultimo caso, il polo di Battipaglia sembra sempre più orientato.
“Il residuo zero – afferma Bellina – è una tecnica che, di fatto, già facciamo. L’altro giorno abbiamo fatto analisi di prodotto su 7 tipi di baby leaf diverse e tutte sono risultate a residuo zero, eppure lo vendiamo come prodotto non sono certificato. In Italia c’è qualcuno che già certifica il ‘residuo zero’. Noi, come OP La Maggiolina, abbiamo 180 ettari su 200 su cui stiamo lavorando per il bio. Consideri che esportiamo, soprattutto in Germania il 60-70% della produzione e all’estero il bio è molto richiesto”.
Anche sul progetto ‘residuo zero’ per la IV gamma della piana del Sele, Bellina dice la sua.
“Il polo di Battipaglia si presta a questo genere di produzioni anche se bisogna tenere a mente molte variabili perché in campo la situazione può cambiare ogni giorno. Tra queste, ad esempio, l’allungamento dei cicli colturali. A Battipaglia, in inverno, si fa circa l’80% della valerianella commercializzata in Italia. Se portiamo tutto a residuo zero al Nord, allunghiamo i cicli colturali anche fino a 90 giorni, con semine a novembre e raccolto a gennaio febbraio. Al Sud, invece, dove ci sono le condizioni ideali, i cicli di raccolta potrebbero arrivare a 50 giorni”.
L’OP La Maggiolina sta iniziando a monitorare il fenomeno vertical farming ipotizzando uno sbocco di mercato, fino ad oggi, impensato per la IV Gamma, cosa che conferma la lungimiranza di Tino Bellina: il mondo della cosmesi.
“Ho chiesto dei campioni di zafferano e fiori ad alcuni produttori di vertical farming, per testare strade commerciali diverse da quelle del consumo alimentare. Per destinare, ad esempio, la produzione della IV Gamma al settore cosmetico. In questo contesto, oltre allo zafferano e ai fiori, c’è tutto il mondo delle piante officinali che così potrebbe superare il suo problema endemico di carenza di tracciabilità. Questa tecnologia innovativa è una buona idea ma, per quanto riguarda le insalate in busta, non mi pare che sia un fenomeno ancora importante in termini di quote di mercato. È tutto da vedere”.
Mariangela Latella