Greenwashing, intervista a Ferrante: i punti deboli nel fresh cut

L’Antitrust ha appena creato un gruppo di lavoro per verificare se, allo stato attuale della normativa, il greenwashing (ossia la fake sostenibilità), o alcune delle sue pratiche, possano rientrare tra quelle considerate sleali per il commercio. È un tema caldo per il settore della IV Gamma, dove nonostante i continui sforzi delle aziende e gli investimenti in innovazione e tecnologia, permangono alcuni aspetti, diciamo così ‘borderline’ che potrebbero avvicinare alle ipotesi di Greenwashing.

Abbiamo chiesto lumi ad Antonio Ferrante, professore ordinario presso il dipartimento di Scienze agrarie e ambientali, produzione, territorio e agroenergia dell’Università di Milano, per ricostruire alcuni dei punti deboli, sul fronte della sostenibilità, del mondo della IV Gamma.

“In realtà – ci spiega Ferrante -, l’analisi partirebbe con un gap di fondo intorno al quale si potrebbero creare molte speculazioni. Ossia che non esiste una definizione specifica di sostenibilità. Oggi la parola di sostenibilità ambientale viene usata quando vengono messe in pratica una o più azioni eco-friendly ma non esiste un disciplinare, come per il bio, ad esempio, che definisca con chiarezza chi può spendere questo claim di prodotto sostenibile. Quindi può valere tutto e il contrario di tutto”.

Andando nel dettaglio dei processi di IV Gamma, il primo punto ‘borderline’ è: la IV Gamma ambisce ad essere sostenibile ma il packaging è prevalentemente di plastica. La domanda è: un prodotto venduto in una confezione di plastica, anche se adesso la ricerca sta andando avanti e propone nuove soluzioni più sostenibili rispetto ai polimeri tradizionali, può definirsi sostenibile?
“La sostenibilità – ci spiega Ferrante – è un concetto che va inteso in senso complessivo. Non esiste oggi IV Gamma senza packaging. Per lo meno fino a che la ricerca e l’innovazione non troveranno delle strade alternative praticabili che garantiscano la food safety. Se magari sul packaging si fa ancora ricorso alla plastica, l’azienda può migliorare sulle tecniche di produzione oppure su altri accorgimenti come, ad esempio, per l’ottimizzazione dell’uso delle materie prime, come l’acqua, lungo le linee di processo”.

Peraltro nulla vieta che, con l’innovazione che non si ferma, la IV Gamma possa essere uno di quei settori che – sempre se la tecnologia o la nanotecnologia lo consentiranno – che potrà recuperare quei miliardi di tonnellate di plastica in giro per gli oceani dei quali non si sa ancora bene cosa fare né come smaltire.
Per quanto riguarda l’acqua, allo stato dell’arte, le aziende di IV Gamma sono riuscite ad arrivare a recuperare mediamente il 20-30% della risorsa idrica usata negli impianti, ad esempio, per lavare il prodotto.

“Questo è stato possibile – prosegue il docente – grazie all’introduzione di metodi di sanificazione dell’acqua diversi dal cloro. Oggi è sempre più impiegato l’ozono che non lascia residui e che rende una parte dell’acqua impiegata nei processi produttivi, riutilizzabile nelle linee di processo. La restante parte, invece, può essere comunque destinata all’irrigazione dei campi dei fornitori di materia prima. Sull’economia circolare ci sono altri esempi positivi che vengono dal settore di IV gamma ossia l’uso dello sfrido per la creazione di biogas”.

Tra le questioni particolari che non hanno un riscontro da un punto di vista normativo o, se ce l’hanno, rimangono comunque aperte a molte disquisizioni, ci sono quelle della stagionalità dei prodotti, della filiera corta e delle etichette che, per l’apposita normativa europea, hanno l’obbligo di indicare l’origine del prodotto; ma per origine, la legge intende, dove quel prodotto è stato trasformato e non dove è stato coltivato. “In quest’ultimo senso – spiega Ferrante – può succedere, ad esempio, che alcune aziende si approvvigionino, quando manca prodotto, da altri Paesi o da altre sedi situate in altri Paesi. C’è da chiedersi in che modo possa spendersi il claim di ‘prodotto sostenibile’ se si considerano tutte le food miles (il costo del lungo trasporto) attraversate da quella partita di materia prima”.

Sulla stagionalità il problema invece è legata alla resa. Alcuni prodotti di IV Gamma tipicamente invernali, come la valerianella, ad esempio, in estate diminuiscono di parecchio la loro resa passando da 1,5-2 kg per metro quadro a 200-300grammi e i prezzi passano dai circa 15 euro chilo nel periodo invernale ai circa 25 di quello estivo. Eppure si continua a vendere anche in estate nei mix che, ovviamente però, contengono molto meno valerianella.

“Qui – afferma Ferrante – non esiste nessuna norma che specifica di indicare in busta la percentuale di ciascun prodotto presente nei mix, per cui, in questo caso non esistono violazioni anche se magari dentro la busta ci saranno al massimo cinque o sei foglie di valerianella durante il periodo estivo. Tutto questo è legato ad un altro problema di fondo, ossia, alla mancanza di tracciabilità, in generale, della filiera di IV Gamma e alla oggettiva misurazione dei costi dei singoli prodotti. È un lavoro che è stato affidato ad Ismea, per tutti i prodotti agricoli, e dovrebbe vedere la luce non appena a arriveranno i decreti attuativi che stabiliranno i metodi di calcolo. Tuttavia essendo appena caduto il Governo, i tempi di varo della disciplina attuativa si allungheranno senza dubbio di almeno un altro anno ancora”.

In mancanza di un monitoraggio statale dei vari passaggi della filiera di IV Gamma, soprattutto con riferimento ai costi, non esistono affermazioni di sostenibilità che possano essere scientificamente o anche solo normativamente confutate né affermate.

Mariangela Latella
maralate@gmail.com

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