Insalatine punto fermo nello sviluppo agricolo degli Emirati

Gli Emirati Arabi Uniti alzano l’asticella sulla produzione alimentare nazionale. Le parole chiave sono tecnologia, sostenibilità, urban farming e serre e già da un paio di anni si stanno iniziando a produrre non solo ortaggi e insalate tradizionali ma anche una gamma di baby leaf e ortaggi a foglia.

Non è un segreto che Dubai ambisca a ridurre la dipendenza dalle importazioni alimentari che attualmente supera la soglia dell’80% del fabbisogno nazionale e per questo ha recentemente messo a segno qualche colpo rilevante.

Gli ultimi due, in stretta sequenza, sono da un lato un massiccio investimento (oltre 270 milioni di dollari) nell’upload tecnologico del settore primario per riuscire a vincere le sfide climatiche e produrre anche nelle aree desertiche, dall’altro lato il memorandum of understanding siglato a fine marzo tra la Camera di Commercio e Industria di Dubai e la Rotterdam Partners, l’agenzia ufficiale per gli investimenti esteri per la città di Rotterdam. L’accordo, secondo una recente nota dell’Ice di Dubai, “mira a promuovere la cooperazione e la condivisione di know-how in diversi settori quali food, acqua e energia, logistica, gestione della catena di approvvigionamento, assistenza sanitaria, branding/marketing urbano, vendita al dettaglio/all’ingrosso, produzione, infrastrutture e ambiente, con un’attenzione particolare alla collaborazione su progetti e soluzioni innovative all’interno dei suddetti settori”.

Il finanziamento da 272 milioni di dollari in tecnologie per l’agricoltura, è stato disposto dallo sceicco Mohamed bin Zayed Al Nahyan, principe ereditario di Abu Dhabi nel quadro del programma di accelerazione economica del governo di Abu Dhabi ‘Ghadan 21’.

I pacchetti AgTech lanciati dall’Abu Dhabi Investment Office (ADIO) dovrebbero generare oltre 450 milioni di dollari di contributo al PIL e creare più di 2.900 posti di lavoro nell’Emirato entro il 2021.
Tra le soluzioni alle quali il Paese guarda per incrementare la produzione alimentare interna, ci sono soprattutto le serre idroponiche high-tech in grado di ridurre fino al 90% il consumo di acqua e di produrre frutta e verdura privi di patogeni.

Come la Badia Farms, la prima espressione del vertical indoor farming in tutta l’area del Golfo, inaugurata a Dubai a fine 2017 dal GCC, il Gulf Cooperation Council.

Il tema ‘Greening the desert’ (Rinverdire il deserto) sarà il leit motiv del padiglione degli Emirati Arabi Uniti che si sta iniziando a costruire in questi giorni per l’Expo di Pechino che aprirà i battenti il prossimo 29 aprile per chiudere il 7 ottobre. Ma i colpi di scena sono riservati per il 2020 quando l’Expo sarà ospitata proprio negli Emirati.

E il lavoro non si ferma qui. È noto che il principale ostacolo al settore agricolo degli Emirati sia il deserto che permette sino ad oggi di coltivare prevalentemente alafite e datteri (più di recente anche quinoa e salicornia scura). Per contrastare questo ostacolo, il ministero emiratense del Cambiamento climatico e dell’Ambiente ha avviato, dallo scorso anno, un test per la mappatura del territorio tramite droni con l’obiettivo, ha spiegato ad una rivista locale il ministro Thani bin Ahmed al Zeyoudi, “di creare un database agricolo altamente accurato che supporti il processo decisionale e la pianificazione, particolarmente importanti per ottenere risultati eccezionali nell’agricoltura di precisione”. Tra i dati da raccogliere: il numero di serre a temperatura controllata, aree di frangivento, aree terrestre infertili, aree di edifici agricoli, numero di pozzi per fattoria, tipo di suolo e salinità.

Mariangela Latella