Acqua: poca e cara. Problema grave nella Piana del Sele

Il costo dell’acqua della piana del Sele è superiore almeno del 20% rispetto al resto d’Europa. Il maggior costo però non è ripagato dai servizi perché almeno il 70% degli impianti gestiti dai Consorzi di bonifica della regione, sono vetusti e le aziende agricole sono costrette a dovere ricorrere a strumenti alternativi di approvvigionamento, pagando quindi due volte il diritto di accesso alla risorsa idrica.
La conseguenza è che durante i mesi estivi, soprattutto se particolarmente afosi, i costi irrigui arrivano anche a triplicare a fronte una riduzione del 50% della resa delle piante (in parte fisiologica in parte aggravata dal cambio climatico) senza, però, un corrispondente allineamento delle quotazioni.
Ne parliamo con Rosario Rago, presidente dell’omonimo gruppo leader nella produzione di IV Gamma.
Come stanno andando le cose in questa campagna?
“Non molto bene e non siamo ancora arrivati al periodo più caldo e siccitoso quando si comincia, come ogni anno, a razionare l’uso della risorsa idrica. C’è un problema serio di accesso all’acqua”.
Da cosa dipende?
“Dal fatto che i Consorzi di bonifica della regione che devono erogare questo servizio non funzionano bene. Non ce n’è uno che abbia i conti in regola. Inoltre, hanno almeno il 70% degli impianti vetusti con la conseguenza che si spreca anche molta acqua che invece diventa una risorsa sempre più preziosa. Da tempo si parla di riorganizzarli; c’è anche una delibera regionale che prevede un piano di riaccorpamento per ridurne il numero ma fino ad ora tutto è fermo”.
Cosa auspica?
“Che cambino pelle. Dovrebbero essere rivisti per essere capaci di guardare al futuro, alle energie rinnovabili e a progetti di sostenibilità. Invece siamo fermi a problemi di base come la malagestione e i gravi disservizi sulla distribuzione della risorsa idrica”.
Si potrebbe avere una misura di quanto costa l’acqua nella piana del Sele?
“Noi paghiamo la tassa ai Consorzi di bonifica che va dalle 100 alle 200 euro l’anno per ettaro. Ma i servizi irrigui da loro offerti non permettono un adeguato approvvigionamento idrico per tutte le aziende del territorio. Quelle più fortunate che hanno i pozzi, pagano una concessione per almeno altri 400 euro per ettaro oltre ai costi elettrici ulteriori e necessari per attivare le pompe di volta in volta. Quelle meno fortunate non sono proprio nelle condizioni di irrigare. La dispersione degli impianti dei Consorzi di bonifica è tale che alle volte impiegano anche il triplo del tempo per irrigare terreni. Sul terreno ci sono ancora le vecchie canalette abbandonate da decenni e non più in uso. Nessuno, perlatro, le può rimuovere perché si trovano nei terreni espropriati. Questa situazione è gravissima perché andiamo verso un’éra dove le risorse idriche sono sempre più importanti”.
Quali sono le ripercussioni sull’economia del territorio?
“D’estate i costi dell’input acqua triplicano a fronte di un calo di resa media del 50% mentre i nostri prezzi di vendita sono stabili. La mia azienda sta facendo dei test su piccola scala per verificare l’efficienza di un sistema di raccolta e utilizzo delle acque. Se funziona a costi accessibili, potremmo usarla in tutte le imprese del gruppo”.
Mariangela Latella