Micro e nano-plastiche nel cibo e negli organi. I ricercatori di Catania cercano alleati

Entro un anno potrebbe debuttare una certificazione 100% plastic free. Non sarà solo un bollino tra i tanti ma sarà anche la conferma dell’effettiva presenza nei cibi, anche nell’ortofrutta e, alla fine, anche nell’organismo umano, di micro e nano-plastiche rilasciate dai vari materiali di imballaggio e non solo. Tutto è partito dagli screening effettuati con il metodo di analisi messo a punto e sviluppato dall’Università di Catania di cui Fresh Cut News ha dato notizia in esclusiva il 19 giugno seguendo poi tutti gli sviluppi di una vicenda tutt’altro che conclusa.

Ritorniamo dalla professoressa Margherita Ferrante, docente di Igiene generale e applicata all’Università di Catania nonché direttrice di Unità operativa complessa di Igiene ospedaliera del Policlinico San Mauro di Catania. Dopo il brevetto dell’innovativo strumento di analisi che permette l’individuazione della presenza di tutte le particelle di plastica in qualsiasi matrice (l’ultima è stata quella della frutta e della verdura), il gruppo di ricerca, da due mesi a questa parte, ha fatto parecchi passi avanti.

“Il nostro strumento di analisi – precisa la Ferrante (che lo ha brevettato insieme ai colleghi Gea Olivieri Conti e Pietro Zuccarello) – è l’unico al mondo in grado di analizzare le particelle molto piccole e di individuare quindi la presenza di nano-plastiche fornendo un quadro completo della contaminazione di tutti campioni che analizziamo”.

In pratica tutte le ricerche che si stanno conducendo su questo tema in giro per il mondo, inclusa quella del Michigan, pubblicata la settimana scorsa, che ha rinvenuto micro-plastiche nei tessuti del corpo umano, analizzando alcuni cadaveri, si basano su strumenti di analisi ormai superati che non analizzano l’infinitamente piccolo ossia i pochi nanometri che rappresentando la grandezza delle nano-plastiche.
“La presenza di micro particelle di plastica nel corpo umano – riferisce Ferrante – fa pensare che inevitabilmente ci siano anche quelle più piccole, le nano-plastiche appunto. Per questo, stiamo valutando di rispondere alla call dell’Università del Michigan per costituire un gruppo di ricerca globale anche per potere costituire un fronte comune contro la pressione delle lobby della plastica che già si sono mosse.

Intanto, già da quest’estate abbiamo iniziato a testare, con il nostro strumento di analisi, tessuti umani di persone vive attraverso gli strumenti delle biopsie, delle analisi del sangue e di quelle delle urine. La ricerca si sta svolgendo in collaborazione con i dipartimenti di Gastroentenrologia, Chirurgia, Ortopedia e Nefrologia del Policlinico San Marco. L’obiettivo è non solo misurare la presenza di tutte le particelle di plastiche presenti in corpi umani viventi, ma anche, in un secondo momento, se riusciremo ad entrare nei finanziamenti di Horizon 2020 a cui abbiamo presentato il nostro progetto, capire come interagiscono con la nostra salute. Andremo, cioè, a cercare il nesso di causalità tra la loro presenza ed eventuali patologie sviluppate dai pazienti analizzati”.

Uno strumento del genere potrà diventare un mezzo di certificazione, de facto, della eventuale presenza di plastiche anche nei materiali di imballaggio che oggi vengono realizzati con biomasse o altre materie prime di origine non chimica.

“Stiamo cercando un’azienda che abbia voglia di sottoporsi ai nostri screening – precisa Margherita Ferrante – ma non è facile. Anche quelle più virtuose non hanno interesse a rischiare di vedere sbugiardato il loro lavoro vista la dilagante presenza della plastica anche nei materiali compostabili”.

Per avere un campione il più ampio possibile e, quindi, per ottenere dati statisticamente rilevanti, il gruppo di ricerca catanese punta a realizzare un’analisi pluricentrica, che preveda cioè, più centri di analisi sparsi per il Paese di modo da ampliare lo spettro dei campioni al fine di arrivare, entro il 2021, a stabilire eventuale esistenza di un nesso di causalità tra la presenza di nano-plastiche nel corpo umano ed eventuali patologie sviluppate dagli individui.

“Siamo in una fase di transizione verso la non plastica – sottolinea la ricercatrice – in cui tutte le istituzioni impegnate non hanno ancora sufficiente materiale scientifico per potere creare delle norme e in genere per avere chiaro il quadro della situazione. Per questo partecipiamo anche al gruppo di ricerca europeo della General Research Commission che fa capo alla DG Ambiente della Commissione europea. Da Bruxelles hanno chiamato tutti i ricercatori del settore per selezionare il migliore strumento di detezione delle plastiche mentre l’europarlamentare Ignazio Corrao, M5S, ci ha chiamati a relazionare la situazione alla luce dei nostri sviluppi avendo riguardo alle possibili conseguenze derivate da un così alto tasso di contaminazione”.

Oggi non esiste ancora una normativa sulla presenza di plastiche nei prodotti alimentari e nel corpo umano. Naturalmente svilupparla significherebbe cambiare completamente il mondo in cui viviamo e in cui questo materiale è alla base di moltissimi settori economici, dall’agroalimentare al tessile, a molti altri. Le poche norme esistenti sono del tutto insufficienti, anche perché questo è un mondo ancora tutto da scoprire.

Mariangela Latella