L’Università di Bari scopre che la rucola è assente dal registro UE delle specie commercializzabili

La rucola è assente dal registro europeo delle specie orticole ammesse alla commercializzazione, registro tenuto dalla Commissione Europea. È quanto emerge da una recente rassegna dell’Università di Bari curata da Pietro Santamaria e Angelo Signore del Dipartimento di Agricoltura dell’ateneo pugliese. Rassegna che è stata pubblicata, in versione online lo scorso novembre sulla rivista ‘Scientia Horticulturae’ e sarà pubblicata nella versione cartacea della stessa rivista il prossimo 20 gennaio.
L’assenza della rucola da questo fondamentale catalogo – forse perché considerata una nicchia troppo piccola per esservi inclusa? – crea comunque delle incongruenze normative a livello europeo, che nella più funesta delle ipotesi potrebbero addirittura rendere illecita la vendita di uno dei prodotti di IV Gamma più diffusi nonché ‘main product’ del ready-to-eat made in Italy, con la Piana del Sele primo polo produttivo d’Europa, seguito dalla Spagna e in seconda battuta dalla Francia.
L’ipotesi di una commercializzazione illegittima della rucola sarebbe quantomeno bizzarra posto che oltre a produrla, questi tre Paesi membri, la commercializzano nell’Unione da almeno tre lustri; posto inoltre che i produttori italiani hanno sempre ricevuto finanziamenti europei per lo sviluppo rurale specifici sul prodotto ‘rucola’ e che persino l’Europa ha da poco riconosciuto alla rucola della Piana del Sele l’Indicazione geografica protetta.
Tanto più questa dimenticanza – non la sola, mancano nel registro europeo anche le cime di rapa – non è solo curiosa, potrebbe diventare da un momento all’altro preoccupante: basterebbe che qualcuno, interessato ad affossare la rucola, decidesse di sollevare la questione a Bruxelles. Il problema, almeno a livello formale, c’è eccome. Se gli eurocrati sono addormentati, non è una buona ragione per stare tranquilli.
Si legge nella ricerca dell’Università di Bari: “Nei Paesi UE possono essere commercializzati solo i materiali di propagazione che sono considerati distinti, stabili, uniformi e con un appropriato valore di coltivazione. Per questo dal 1972 la Comunità Europea ha implementato il “Catalogo comune delle varietà delle specie vegetali”, che incorpora i relativi registri nazionali e comprende 58 specie e circa 30 mila cultivar riferite ad esse”.
C’è, ad esempio, il pomodoro con le sue 3.675 cultivar diverse; c’è la lattuga con le sue 2.114 varietà e persino il pepe con 2.216 cultivar differenti. Ma la rucola non c’è in nessuna delle sue tipologie: selvatica, domestica o a foglia di ulivo.
Per Vito Busillo, presidente dell’IGP Rucola della Piana del Sele, “il fatto che la rucola non sia inserita nel registro delle orticole UE non pregiudica l’attività”.
“La legge italiana 196 del 1976, e successive modifiche, all’allegato 3, non prevede – sottolinea Busillo – la rucola tra le specie per le quali è obbligatorio istituire un registro varietale. Si potrà in seguito valutare l’eventuale costituzione di un registro nazionale e poi UE”.
In pratica, poiché il catalogo europeo ha assorbito quelli nazionali, la rucola manca perché nessuno si è preso la briga di aggiornarlo da almeno quarant’anni posto che la rucola ha una vita commerciale più breve ossia di circa un ventennio.
La rassegna dell’Università di Bari prende in considerazione l’ultimo aggiornamento (2018, trentasettesima edizione) del catalogo e lo confronta con quello di dieci anni prima al fine, si legge nell’abstract, “di valutare i cambiamenti che si sono verificati nei diversi Paesi per le singole specie o per il tipo di propagazione/seme”.
Il Paese con il maggior numero di cultivar è l’Olanda con 8.350 cultivar relative a diverse specie, che complessivamente rappresentano il 40,4% del totale. “Questo accade – spiega Signore – perché è un Paese dove ferve la ricerca sia per la presenza delle più importanti ditte sementiere e di attivi centri di ricerca come, ad esempio, l’Università di Wageningen. Ma anche per un radicato spirito di collaborazione tra pubblico e privato.” Ma, aggiungiamo noi, anche perché l’Olanda i propri interessi li sa curare con scrupolosa attenzione.
Mariangela Latella