Robotica e vertical farming stanno cambiando l’approccio all’orticoltura. Ma per tutta l’agricoltura è una rivoluzione

L’impressionante sviluppo della robotica e l’avanzare delle tecniche della coltura fuori suolo e del vertical farming, con serre dalle grandi capacità produttive, in grado di emancipare i raccolti dai cicli della natura e dalle bizzarrie del cambiamento climatico, oltre che dai loro luoghi deputati secondo natura, per essere spostati a due passi dai luoghi di consumo, per esempio nelle periferie delle città, lasciano presagire che siamo alla vigilia di una grande, imponente rivoluzione agricola che toccherà per prime produzioni di ortaggi e verdure legate proprio alla filiera della IV Gamma per poi estendersi ad ambiti sempre più vasti.
Una rivoluzione che segnerà uno stacco netto con le tradizioni millenarie dell’agricoltura ma anche con la più recente agricoltura industriale e che sconvolgerà dalle radici gli assetti del settore come oggi li conosciamo, la sua valenza, l’identità stessa dall’azienda agricola, una rivoluzione che alla fine sarà la tomba del contadino.
Perché questa rivoluzione? Perché ci sono le tecnologie che la permettono. Chi la governerà? Finanzieri, società di engineering, tecnici iper-specializzati in grado di governare la genetica e la biologia delle piante, l’informatica, la robotica applicata a tutto ciò che serve. Con qualche accorgimento in più rispetto alla serra nel Bronx o alla periferia di Milano, sarà un’agricoltura che potrà essere impiantata sotto una grande campana in una base lunare. Quando accadrà? Sono i fatti della cronaca a parlare, notizie che compaiono sempre più spesso e che, collegate l’una all’altra, ci dicono che è partita la corsa verso il futuro; se poi il processo che è stato avviato corra velocemente proprio verso il punto in cui farà esplodere il vecchio sistema è un’ipotesi che può essere giudicata terribile, ma è non proprio campata in aria.
Il 30 dicembre la Boston Dynamics di Waltham, nel Massachusetts, a meno di 20 km da Boston, ha postato su YouTube un video in cui si mostrano quattro robot, tre bipedi e uno quadrupede, che danzano al ritmo delle note di “Do You Love me”, con quella che in tutto il mondo è stata definita una “agilità impressionante”. L’occasione sono stati gli auguri di buon anno di quest’azienda che da trent’anni costruisce robot sempre più sofisticati (“Tutta la nostra squadra di robot si è riunita per celebrare l’inizio di quello che speriamo sarà un anno più felice”), robot duttili, già predisposti per utilizzi sempre più sofisticati in agricoltura, nella logistica di un magazzino, di un negozio, di un supermercato, oltre che come strumenti di difesa e di attacco, proprio come nelle wargames.
Dall’India all’Australia alla Germania l’utilizzo della robotica nella distribuzione è sempre più spinto. Un esperto indiano, Sanjit K. Roy, ha recentemente dichiarato: “I robot e le nuove tecnologie stanno cambiando la distribuzione sotto i nostri occhi. E il Covid ha accelerato il processo”. Un esempio semplice? Eccolo servito: i supermercati Edeka, 4.100 in Germania, stanno utilizzando un robot umanoide, che ha pure un nome (Pepper), per consigliare ai clienti di tenere il distanziamento per ragioni di sicurezza sanitaria. Nelle corsie di una catena scozzese, la Margiotta Food & Wine, è entrato in azione come assistente alle vendite un robot di nome Fabio. Per tornare all’agricoltura, istituti e fondazioni di ricerca (una anche in Italia, a Genova), tengono al momento secretati i loro progetti (avanzatissimi) sui robot in grado di svolgere la gran parte delle funzioni oggi svolte da uomini e donne nelle campagne.
Jessica Reid della University of Western Australia ha scritto serenamente in un articolo ripreso in inglese su più siti: “I robot stanno diventando la nuova normalità e sono decisi a restare con noi”.
Sulle grandi serre verticali il tam tam parte da più vicino. A Cavenago, in Brianza, è appena nato il più avanzato stabilimento europeo di vertical farming; si chiama Planet Farm ed è una struttura di oltre 9.000 metri quadrati (poco meno di un ettaro) governata da un datacenter ovvero dall’intelligenza artificiale. Dietro non poteva esserci un contadino della Val Brembana e infatti ci sono la Travaglini SpA, la Sirti, la 255 HEC, la Netafim, aziende di tecnologia avanzata.
Il Corriere della Sera ha spiegato cosa succede lì dentro: “Questo sistema isolato dalle condizioni ambientali esterne permette alle piante di crescere in locali controllati, lontano da ogni tipo di inquinamento, insetti e batteri. Ogni ripiano è dotato di una infinita serie di sensori che permette il monitoraggio costante di tutta l’attività produttiva e la possibilità di intervenire just in time in caso di necessità. Va da sè che un sistema così sofisticato presupponga anche la tracciabilità del prodotto con un sistema Blockchain. Fin dall’inizio dell’esercizio, nelle prime settimane del 2021, si parte con la produzione di basilico, erbe aromatiche e insalate in foglia. Ogni coltivazione ha origine da sementi tradizionali. In futuro però è previsto che la produzione possa essere estesa non solo ad altri tipi di vegetali e frutti ma anche alla floricoltura”.
Anche il Corsera non può esimersi dal commentare che siamo di fronte a “una vera e propria rivoluzione nel settore dell’agricoltura che, secondo l’opinione di molti, in futuro cambierà radicalmente l’approccio dell’uomo alla coltivazione di ortaggi e verdure. L’obiettivo è poter coltivare vicino alle grandi città, se non addirittura in ambito urbano, azzerando l’occupazione del suolo del 90% e ottimizzando la resa e la qualità del prodotto”.
Siamo avvisati, il futuro è cominciato e offre le sue soluzioni. E’ vero che la realtà a cui assistiamo è complessa, ha molte facce, ma questo non sia un alibi; non facciamo gli struzzi che mettono la testa sotto la sabbia.
Antonio Felice