Il censimento CEA 2021 mette in guardia sulle dimensioni del greenwashing

Il terzo censimento annuale CEA (Controlled Environment Agriculture: l’attività agricola in ambiente controllato), appena pubblicato e dedicato al tema della sostenibilità, ha messo in evidenza il dilagare del greenwashing, la pratica che consiste nell’usare strategie di comunicazione e marketing che presentano come ecosostenibili attività che hanno invece impatto ambientale negativo.
Il censimento, frutto di una collaborazione tra Agritecture LLC e WayBeyond Ltd, è stato condotto dall’8 luglio al 3 settembre 2021 su un campione di 336 produttori, il 18% dei quali statunitensi, il 10% indiani, il 9% inglesi, il 6% neozelandesi, il 5% australiani, il 5%  canadesi, il 4% malesi e il 4% emiratini.
Sono stati intervistate persone che ricoprono ruoli apicali nelle aziende, tutte per lo più in crescita  e costituite nella maggior parte dei casi, per quasi un terzo del campione, prima del 2016. Il 44% degli intervistati produce in serra, il 38% in vertical farming indoor (con luce artificiale), il 7% in tunnel alti; il 6% in serre e strutture tipo fattorie verticali; mentre il 5% si occupa di spedizioni in container refrigerati. La metà dei produttori coltivano in idroponica NFT (nutrient film tecnique) e a terra, rispettivamente il 25 e il 23%.
I prodotti più coltivati (58%) sono le insalate, le erbe aromatiche (49%), le microgreen (46%) e altri ortaggi a foglia (40%). I produttori di berries rappresentano il 17% del campione, anche se risulta un prodotto molto attenzionato da tutto il campione analizzato dal momento che almeno il 30% prevede di introdurre questo tipo di produzione nella propria attività entro i prossimi 12 mesi.
L’81% delle aziende intervistate prevede di espandere la propria attività nel corso dei prossimi 12 mesi. Una percentuale più alta degli intervistati ha cercato finanziamenti (58%) rispetto all’anno scorso (40%). Questo trend potrebbe essere potenzialmente guidato dagli effetti negativi della pandemia o dal mercato sempre più rialzista per gli investimenti privati nella CEA.
Due punti vengono evidenziati nella ricerca. Il fatto, innanzitutto, che le sovvenzioni pubbliche o il sostegno di un’agenzia governativa siano stati i percorsi più popolari perseguiti da un ampio margine del campione (32%) e che, in seconda battuta, il tasso di successo delle imprese del CEA che hanno cercato finanziamenti attraverso business angel, capitali di ventura, fondi di private equity o investitori aziendali è stato incredibilmente alto (mediamente il 92%).
“Il 2021 segna il mio decimo anno nell’industria CEA – afferma Henry Gordon-Smith, fondatore e CEO di Agritecture -. Molte cose sono cambiate da quando ho iniziato a visitare le aziende agricole e a intervistarne i fondatori dieci anni fa – in particolare, sulle soluzioni tecnologiche avanzate applicate e investimenti privati riversati sul mercato negli ultimi anni. Ma sorprendentemente, la conversazione sulla sostenibilità nel CEA non è progredita molto. Anzi. Troppo spesso vediamo aziende agricole che si affidano a dichiarazioni vaghe e superate quando si tratta del vero impatto ambientale delle loro operazioni. Mentre ci sono molti risultati positivi dell’agricoltura in ambiente controllato, siamo convinti che sorvolare sugli svantaggi o, peggio, tentare deliberatamente di ingannare gli altri sull’esistenza di qualsiasi svantaggio, è un rischio per la vitalità futura dell’intero settore. Ci auguriamo che questo rapporto contribuisca a stabilire più linee guida per il settore per misurazioni più specifiche della sostenibilità”.
Il punto centrale del CEA Global Census è che la maggioranza dei produttori coinvolti nell’agricoltura ad ambiente controllato, che comprende la produzione in serra di frutta e verdura e le forme più recenti della cosiddetta agricoltura verticale, pensa che il settore, indubbiamente in forte crescita, sia suscettibile di affermazioni eccessive e non veritiere sulla sostenibilità.
Il 70% del campione dei produttori intervistati in tutto il mondo, ha manifestato questa preoccupazione. Quello che ha stupito i ricercatori, sono state le dichiarazioni sull’uso della risorsa idrica dato che il 70% degli intervistati ha indicato che ne misura l’utilizzo e ne tiene traccia ma solo il 40% di essi ha effettivamente fornito un numero credibile sul suo effettivo impiego. E i dati diventavano ancora meno chiari in tema di energia.
Il 62% ha indicato di tracciare il consumo energetico, ma solo il 28% ha fornito un numero credibile. Solo la metà di questo 28% è stato in grado di fornire una ripartizione del consumo energetico distribuito nell’attività degli impianti. Questo si è tradotto in dati relativamente scarsi su cui lavorare per la maggior parte delle misurazioni quantitative della sostenibilità. Mentre sarebbe stato utile segmentare i numeri in molti modi diversi. Ad esempio, guardando alle differenze nell’uso dell’energia tra i coltivatori su larga scala e quelli su piccola scala.
“Il fatto che la maggior parte dei produttori ritenga che vengano condivise informazioni fuorvianti sulla sostenibilità – ha detto Darryn Keiller, CEO e fondatore di WayBeyond – è preoccupante e direi non del tutto privo di fondamento, anche se questo non è solo un problema del CEA ma dell’agricoltura nel suo complesso. Sarebbero necessarie ulteriori ricerche per confermare l’accuratezza di queste percezioni”.
Peraltro, c’è una scarsa sensibilità anche da parte dei clienti (ndr. la distribuzione) dal momento che, alla domanda ‘quanto spesso i vostri clienti si informano sulle vostre pratiche relative alla sostenibilità?’, più della metà degli intervistati ha risposto: occasionalmente. Solo il 5,6% ha dichiarato: sempre.
Nel 2021, in un mondo che lavora quasi all’unisono per l’obiettivo ‘carbon neutral’, circa la metà dei produttori intervistati (336 in tutto il mondo) ha dichiarato di tracciare manualmente i dati sulla sostenibilità.
Secondo il World Economic Forum, mentre alcune aziende possono essere consapevoli di fare affermazioni fuorvianti, altre possono semplicemente non avere i dati adeguati o il metodo per raccogliere i dati, e invece si basano su medie generali o aneddoti.  Fatto sta che il pericolo del greenwashing, sia esso intenzionale o meno, risiede nella sua capacità di rallentare il progresso verso la vera sostenibilità.
Mariangela Latella

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