Fertilizzanti e bio-stimolanti, cosa cambia con il nuovo Regolamento

Dal 2022 buona parte dei fertilizzanti attualmente in commercio in Italia potrebbe non rientrare sotto il marchio CE con la conseguenza che la loro libera circolazione sarebbe impedita. È questo il principale ‘rischio’ che si corre se, dopo la firma del Regolamento lo scorso 5 giugno, non si riusciranno a produrre atti delegati (una sorta di decreti attuativi) idonei a comprendere le tante normative nazionali dei Paesi membri che sono molto diversificate. Contemporaneamente il regolamento apre ai bio-stimolanti (di cui l’Italia è leader produttivo su scala globale), finalmente definiti come una specie di integratori per le colture, capaci di aumentare la resa e ridurre l’apporto dei concimi chimici, nitrati compresi.
Lo dimostra uno studio pubblicato lo scorso 1 maggio a firma di Giuseppe Colla, ordinario dell’Università della Tuscia e Joe Ruphael, ricercatore dell’Università di Napoli, dal titolo ‘Bio-stimolanti per un’agricoltura sostenibile’.
“La situazione normativa è ancora poco chiara – ci spiega Mariano Alessio Vernì, direttore della Silc Fertilizzanti srl -. Senza gli atti delegati che potranno essere predisposti solo dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del Regolamento, prevista per fine giugno – primi di luglio, il testo normativo rischia di essere un contenitore vuoto perché non si capisce ancora come riuscire a ricomprendere sotto il marchio CE, i tantissimi tipi di fertilizzanti commercializzati a livello nazionale. I tavoli tecnici previsti sia in Italia che nella UE, dovranno lavorare per questo. Quello europeo, il Fertilizers Working Group, costituito presso la DG Growth della Commissione UE, si incontrerà il prossimo autunno per affrontare il tema delicato dell’etichettatura dei fertilizzanti”.
Le norme del vecchio Regolamento CE 2003/2003, che sarà abrogato dal 2022, non stabiliscono una soglia di cadmio mentre il Reg. CE 889/2008, relativo all’agricoltura biologica, prevede per alcuni fertilizzanti fosfatici una soglia massima di 90 mg/kg di anidride fosforica. Il nuovo Regolamento abbassa questa soglia a 60 sia per il bio che per il convenzionale.
“Il rischio – sottolinea Alessio Verni – è quello che se non si trova la quadra, pur abrogandosi il vecchio Regolamento del 2003, rimarranno sempre vigenti le attuali leggi nazionali, ognuna diversa dall’altra, con la conseguenza di creare delle barriere oggettive alla libera circolazione delle merci in Europa, in questo caso dei fertilizzanti. Con il limite del 60 mg/kg di P2O5, l’import di fosforo in Italia non si dovrebbe modificare più tanto perché i volumi provenienti dal Nordafrica rimarranno invariati. Il prodotto a basso contenuto di cadmio, originario da Russia e Finlandia, è  in grado però di soddisfare solo una minima quota del fabbisogno comunitario. Forse potrebbe ridursi la quota di importazioni dai Paesi dell’Africa subsahariana”.
In ogni caso, il regolamento stesso prevede un check fra sette anni per stabilire se questa soglia sarà stata efficace ed in grado di ridurre il contenuto di cadmio nei terreni. In caso negativo (probabile visto che non cambia più di tanto la bilancia dell’import-export di fosforo) si potrebbe rivedere il limite di cadmio e ritornare verso quello dei 20 mg/kg di P2O5 inizialmente proposto ed oggetto di un acceso dibattito tra gli Stati membri.
Il cambio di marcia del Regolamento a partire dal 2022 interesserà, in Italia, i territori che fanno maggiormente uso dei fertilizzanti fosfatici. In prima fila l’Emilia Romagna (con 24mila tonnellate consumate all’anno), il Veneto (11mila) e la Puglia (11mila) che insieme consumano il 62% della domanda nazionale pari a 75.831 tonnellate l’anno su un totale di 4,2 milioni di tonnellate di fertilizzanti, +2.8% tra il 2016 e il 2017 (dati Istat).
“Il fosforo – precisa Francesco Serio, ricercatore del CNR e dell’Università di Bari nonché dell’Istituto di Scienze delle Produzioni Alimentari (ISPA) – è solo uno degli elementi presi in esame da questo regolamento che è molto complesso e che disciplina tutto il settore dei fertilizzanti nel suo insieme. I limiti legislativi ai contaminanti non riguardano solo il cadmio ma anche il cromo esavalente, il mercurio, il nichel, il piombo, l’arsenico, ma anche contaminazioni da micro-oganismi dannosi per la salute umana. Inoltre si introduce il concetto di reimpiego della materia”.
C’è infine tutto il capitolo dei bio-stimolanti che interessa particolarmente il settore della IV Gamma perché permettono di aumentare l’assorbimento dei nutrienti, ridurre l’uso di nitrati ed aumentare le rese qualitative del prodotto così come emerge dallo studio sopra citato. “Abbiamo fatto dei test su spinaci, rucola e lattuga – chiarisce Rouphael – e siamo arrivati alle conclusioni che l’apporto di nitrati può essere ridotto del 10-15% nel periodo invernale per arrivare fino anche al 20% nel periodo estivo. Numeri importanti se si considera che la direttiva nitrati ha posto delle soglie che, per lo spinacio, sono fissate  tra 4mila e 5mila ppm; per la rucola tra 6mila e 7mila ppm e per la lattuga tra 3mila e 5mila ppm. I bio-stimolanti inoltre, funzionano molto meglio in serra che in campo aperto perché nel primo caso le condizioni controllate di umidità relativa, che sono maggiori del campo aperto, ne favoriscono l’assorbimento”.
Mariangela Latella