Chiudono le fabbriche di fertilizzanti, produzioni a rischio

Chiudono le fabbriche di fertilizzanti in Europa. Un ulteriore contraccolpo per il settore di IV Gamma e, in generale, per il mondo agricolo, con incrementi ulteriori sui costi di produzione stimati in un +3% almeno.

L’ultimo fermo attività si è avuta a Ferrara lo scorso luglio quando ha chiuso i battenti per la seconda volta in un anno, la sede italiana della multinazionale norvegese Yara International che pure, in primavera aveva fermato l’impianto di Le Havre in Francia.

Le difficoltà di questa multinazionale hanno avuto un impatto sul settore che ha determinato l’effetto cosiddetto farfalla, dal momento che, dall’inizio dell’anno, ha prodotto il 15% in meno di ammoniaca rispetto al 2021 e che in Europa, in conseguenza di questo trend negativo, le nuove policy aziendali hanno imposto di usare solo il 35% della capacità di produzione di ammoniaca del gruppo.

Queste policy di contingentamento hanno coinvolto anche gli impianti del gruppo dei Paesi Bassi e del Belgio e comporteranno, secondo le stime della multinazionale, che da qui a fine anno il gruppo metterà in commercio in Europa 3,1 milioni di tonnellate in meno di ammoniaca e 4 milioni di tonnellate in meno di prodotti finiti.

Contemporaneamente, il primo produttore polacco Azoty ha annunciato la sospensione del 90% della propria produzione di ammoniaca mentre il primo produttore lituano Achema ha annunciato la chiusura del suo impianto. I colpi di machete sul settore dei fertilizzanti non hanno salvato neanche il gruppo tedesco Basf: ha annunciato che chiuderà l’impianto di Ludwigshafen se la riduzione delle forniture di gas scenderà al di sotto del 50% per un periodo prolungato.

“Una tempesta perfetta – ha dichiarato Giovanni Toffoli, presidente di Assofertlizzanti-Federchimica – che è lecito pensare possa trasferirsi a valle della filiera produttiva con un sensibile ridimensionamento della produzione agroalimentare, un nuovo rialzo dei prezzi e dell’inflazione, un massiccio ricorso alle importazioni e, soprattutto, un impatto diretto sul bilancio delle famiglie”.

L’Italia soddisfa il fabbisogno interno di fertilizzanti per il 50%, il resto viene importato. Mentre se si guarda al solo settore delle materie prime, come, appunto l’azoto, viene importato per il 100%. Un dato che non fa che appesantire la nostra dipendenza agroalimentare dall’estero. A meno che non si svolti verso produzioni interne, magari green e magari basate su economia circolare che permettano di riutilizzare, ad esempio, l’ammoniaca prodotta dagli scarti (liquami) del settore zootecnico.

Mariangela Latella

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