La parola a Dongo, l’avvocato difensore della sicurezza alimentare

La Spagna denuncia con due mesi di ritardo l’epidemia di listeriosi scatenata per dei lotti di carne contaminata. È successo quest’estate ed ha rivelato alcuni gap della procedura europea di controllo sulla sicurezza alimentare che interessa tutte le categorie di prodotti freschi inclusa l’ortofrutta, fresca e il ready-to-eat.
Abbiamo approfondito l’argomento con Dario Dongo, avvocato esperto di sicurezza alimentare, Ph.D in Diritto alimentare europeo all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza e Cremona nonché fondatore del portale Great Italian Food Trade.

– Avvocato Dongo, esistono dei gap di sicurezza alimentare nella normativa europea e/o nazionale, sul fresh cut?
“Bisogna premettere che i regolamenti europei del General Food Law e del cosiddetto Pacchetto Igiene sono dei veri e propri pilastri del sistema europeo di sicurezza alimentare. A questi poi si è aggiunto, nel 2017, il nuovo regolamento n. 625 sui controlli pubblici che introduce novità interessanti in particolare per quanto attiene il concetto di pericolo che, ora, ricomprende anche fattori legati alla salute delle piante e al benessere animale. Partiamo quindi da un quadro normativo solido e ampio per quanto attiene alla sostanza. Quello che manca, però, è una regolazione nel dettaglio dell’igiene e della sicurezza dei prodotti di IV e V Gamma sempre più diffusi”.

– Come mai?
“Forse sono state considerate sufficienti le norme e i requisiti generali. In questo senso, la legislazione italiana è molto più stringente di quella europea. Di fatto, chiude il mercato agli operatori non organizzati perché gli elevati standard che impone implicano sostanziosi investimenti finanziari sugli impianti che non tutte le aziende possono permettersi. Peraltro, non è affatto scontato che l’applicazione di queste misure sia effettivamente indispensabile per garantire la sicurezza dei prodotti di IV Gamma”.

– In che senso?
“Queste misure sono la massima espressione di una buona prassi industriale promossa dall’Unione Italiana Food e perseguita con successo a livello nazionale. Ma magari potrebbero risultare sproporzionate nel caso, ad esempio, di preparati locali su filiere corte o a ‘km 0’ destinate al consumo immediato dove la sicurezza potrebbe ben essere garantita dal semplice rispetto di buone prassi igieniche e precauzioni ulteriori senza passare necessariamente dalla norma. In ogni caso, è innegabile che il sistema italiano sia avanguardistico”.

– Tornando alla legislazione europea. Quali sono i gap più evidenti?
“Il problema più grave oggi in UE non è dato dall’assenza di norme sostanziali a presidio di sicurezza alimentare ma dalla carenza di norme formali che stabiliscano procedure efficaci per l’attribuzione di responsabilità precise a quegli Stati membri che non gestiscono in modo appropriato le crisi di sicurezza alimentare”.

– Può essere più preciso?
“Basti pensare all’epidemia spagnola di listeria di quest’estate, denunciata con due mesi di ritardo. O alle contaminazioni da Fipronil o anche alla Salmonella individuata nell’impianto Lactalis e denunciata, anche qui, con molto ritardo. Quelle stesse procedure interessano tutti i prodotti freschi inclusi, e a maggior ragione, quelli di IV Gamma”.

– Lei ha parlato anche di rischi emergenti. Quali?
“Penso ai residui dei clorati usati per la sanificazione. Esistono dei limiti nella normativa ma non tengono conto dell’effetto cumulativo derivato dall’uso di cloro non solo per il lavaggio e la sanificazione degli impianti ma anche, ad esempio, nelle acque di condotta oppure derivati dall’uso di tanti prodotti trattati”.

– Come bisognerebbe intervenire?
“Va definita, tra Stati membri e Commissione, una procedura per la gestione del rischio e poi va regolata e introdotta negli Stati in maniera uniforme con regole uguali per tutti. Anche sul fronte della gestione delle frodi. Adesso, a livello comunitario, ci sono delle linee guida ma non sono vincolanti”.

– Sono previsti dalla legge dei controlli da parte delle autorità?
“Certo, vengono fatti a campionamento oppure si possono fare delle analisi d laboratorio su iniziativa privata”.

– Rischio frodi. Qual è il più frequente nel settore della IV Gamma?
L’indicazione in etichetta che si tratta di prodotto coltivato a lotta integrata. Questa tecnica è obbligatoria in Italia, sicché questa informazione non differenzia in alcun modo i prodotti che la riportano in etichetta da quelli dove non c’è. In questo senso, rappresenta una violazione delle pratiche di leale concorrenza previste dal regolamento UE 1169/2011 che vieta espressamente di attribuire al prodotto caratteristiche comuni alla sua categoria di appartenenza. L’unica info preziosa per il consumatore riguarda l’indicazione di assenza di pesticidi come sta facendo Coop Italia sulla campagna contro il glifosato e altri erbicidi ad ampio spettro. Anche in questo caso le norme sono ferme allo stato dell’arte dato che, ad esempio, sono ancora in fase di studio i relativi profili di rischio per la salute umana e in particolare sul microbiota intestinale”.

– C’è però un’ampia letteratura scientifica sull’impatto dei pesticidi sulla salute umana…
“Vero, peccato che venga platealmente ignorata dalle grandi multinazionali che producono sia sementi che fitofarmaci, conosciute come Big Four (le grandi quattro) sul cui operato non mi risulta si sia ancora pronunciata l’autorità Antitrust”.

– Sul fronte etichettatura, come può essere implementata la normativa?
“Il settore di IV Gamma è, attualmente, esentato dall’obbligo della tabella nutrizionale che rappresenta, per contro, l’esigenza dei consumatori di essere informati sulla qualità degli alimenti che assumono. È obbligatoria solo per le confezioni con arricchitori come, ad esempio, bacche di Goji, formaggio, frutta essiccata, olive, ecc. Per concludere, vorrei fare una segnalazione”.

– Prego.
Le vendite Bio in GDO sono triplicate nei primi mesi del 2019, ultimi dati SANA. Questo significa che c’è una richiesta crescente eppure su questo fronte, l’offerta della IV Gamma è ancora molto limitata. Non si capisce perché visto che si tratta di un settore che ha margini che permettono investimenti in ricerca e sostenibilità”.

Mariangela Latella