La denuncia di Colelli: La ricerca in Italia ha il freno a mano tirato

Differenziazione dell’offerta con prodotti sempre nuovi, strategie per la sostenibilità e una migliore comunicazione con il consumatore. Sono le tre sfide chiave che per Giancarlo Colelli, esperto di fama mondiale di IV Gamma e ordinario di Scienze e tecnologie agrarie all’Università di Foggia, il settore della IV Gamma deve affrontare per sostenere lo sviluppo, ma la ricerca rallenta il passo.

“Il mondo della ricerca – ci spiega Colelli – è un fattore discriminante per lo sviluppo del settore ready-to-eat ma, per lo meno in Italia, è legato a dinamiche che fanno fatica ad allinearsi al dinamismo del mercato”.

– In che senso?
“I tempi dei finanziamenti pubblici dei bandi di ricerca sono biblici e può succedere che passino anche tre anni dalla redazione del progetto all’assegnazione dei fondi. In tali casi, e non sono rari, ci si trova a dover lavorare su progetti che sono ormai superati per il mercato perché magari la ricerca applicata è già andata avanti. E il bello è che i ricercatori sono costretti a lavorarci lo stesso, perché altrimenti non rispetterebbero gli obiettivi del progetto finanziato”.

– Uno spreco di risorse?
“Non sempre. Per evitarlo accade che i ricercatori portino avanti la ricerca in ogni caso, magari con il sostegno delle aziende che cofinanziano il progetto e in attesa della definizione delle graduatorie dei bandi pubblici. Bisogna snellire queste procedure anche perché il mercato richiede delle risposte veloci sia in termini di nuovi prodotti, che di crescente sostenibilità dei processi che, soprattutto, di informazione al consumatore”.

– In che modo possono intervenire gli attori del settore IV gamma, nel colmare questo gap, e quindi produttori, trasformatori e Gdo. Cioè, come procede, per contro l’investimento privato in ricerca?
“Ognuno deve fare il suo mestiere. Difficilmente le aziende agricole hanno una struttura finanziaria tale da potersi permettere investimenti in ricerca e sviluppo. Come pure il mondo della grande distribuzione, che si occupa di vendita e distribuzione, se pianifica investimenti in ricerca e sviluppo, lo fa per il proprio core business. Noi di solito lavoriamo con le aziende più strutturate e, in ogni caso, per non gravare troppo sul loro budget, tendiamo a chiudere contratti chiedendo solo la copertura delle spese vive come i materiali, ad esempio”.

– Il prossimo 25 ottobre a Parma, lei sarà tra i due principali relatori del convegno di Fresh Cut News, ‘Sicurezza alimentare nella IV Gamma. Il contributo delle tecnologie’. Può darci qualche anticipazione del suo intervento?
“Parto dal dato di fatto che la IV Gamma è un prodotto che funziona e che volenti o nolenti sempre più persone acquistano ortofrutta ad alto contenuto di servizio perché è comoda da consumare e soprattutto perché è buona e sana. Però penso che questo tipo di prodotti debbano essere raccontati in maniera diversa da come si fa adesso puntando principalmente l’attenzione sull’aspetto convenience”.

– Può essere più preciso?
“Bisognerebbe fare leva su alcuni aspetti fondamentali alla luce delle innovazioni tecnologiche che possono supportare il suo valore aggiunto in termini di salubrità e valori nutrizionali. Insomma si deve comunicare con la massima trasparenza possibile che la IV gamma oltre che comoda è anche fresca, buona da mangiare e con elevata valori nutrizionali”.

– In che modo?
“Ad esempio dando degli strumenti, anche semplici, di verifica dei claim dei prodotti”.

– Sta lavorando a qualcosa di specifico?
“Presenterò un progetto, lanciato poche settimane fa in Cina al IV International Conference on Fresh-Cut Produce, che si chiama ‘Sus&Low’ che significa Sustaining low impact practices in Horticulture throuh non-destructive approach to provide more information on fresh produce history&quality”.

– In pratica?
“È un progetto finanziato per 600mila euro dal bando Prin del Miur, ossia relativo ai Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale, insieme al Cnr. Puntiamo ad arrivare ad una sorta di lettore ottico che sappia leggere ed interpretare la storia del prodotto, la foglia di lattuga ad esempio, o la frutta taglata, semplicemente guardandola”.

– In che modo?
“Stiamo lavorando con tecniche sofisticate di tipo multivariato per il trattamento delle immagini iperspettrali di prodotti ottenuti con diversi disciplinari di produzione al fine di mettere a punto algoritmi di discriminazione affidabili; da tale risultato potrebbe scaturirne una semplice tecnologia ottica che sappia distinguere il prodotto in base alle modalità con cui è stato coltivato e dirci se è sostenibile, ad esempio, oppure no. O ancora quali sono i suoi valori nutrizionali e tante altre informazioni che ora non si vedono ad occhio nudo. Vogliamo renderle visibili e a disposizione del consumatore grazie ad un lettore ottico che operi con una tecnologia non invasiva per il prodotto e che riesca a leggere anche attraverso il medium del film di imballaggio”.

– Difficile immaginare che questa idea possa piacere a tutti.
“Certo ma in questo modo il consumatore avrebbe la certezza matematica della sostenibilità e della bontà del prodotto per le quali è disposto a pagare di più”.

Mariangela Latella