Nella ‘block-chain’ entra la tecnologia italiana

Si chiama Food Trust Group (alla lettera, Gruppo di fiducia alimentare) ed è una cordata composta dalle più grandi multinazionali dell’industria del Food che da un anno sta mettendo a punto la prima ‘block-chain’ per la tracciabilità dell’intera catena di fornitura. Un sistema elettronico che ha già codificato i dati ‘dal produttore al distributore’ di circa un milione di articoli per 50 categorie alimentari, tra cui anche prodotti F&V come ad esempio le fragole di Driscoll’s, gli spinaci di Walmart e la zucca in scatola di Nestlé.
In tutto, dieci le aziende più grandi del mondo che partecipano a questa cordata guidata da Walmart. Si parla di colossi del calibro dei già citati Nestlé o Driscoll’s Inc., ma anche Dole Food Co., Golden State Foods, Kroger Co., McCormick and Co., McLane Co., Tyson Foods Inc. e Unilever NV.

E l’Italia fa capolino, ancora una volta, con le sue tecnologie. Il gruppo veneziano Turatti, specializzato nella produzione di macchinari per la lavorazione della IV Gamma, ha appena lanciato la prima macchina block-chain, realizzata insieme alla start-up Ez Lab.

Un recente articolo del Wall Street Journal precisa come attualmente, “nessuna azienda, gruppo industriale o agenzia governativa ha un quadro completo di come frutta, carne o altri alimenti si muovano da uno step all’altro della supply-chain. Le aziende sono tenute a registrare solo alcuni passaggi nelle loro catene di fornitura e alcuni conservano ancora informazioni e i dati in archivi cartacei”.
Con la block-chain di fatto si crea un sistema di controllo certificato dei dati in tempo reale su ogni punto della distribuzione e per ogni singolo prodotto.
“È una sorta di equivalente del monitoraggio alimentare – dichiara Frank Yiannas, vice presidente della sicurezza alimentare di Walmart – che fa FedEx. Possiamo tracciare la storia di ogni singolo prodotto con soluzione di continuità e in pochi secondi, guadagnando i giorni se non addirittura le settimane di lavoro attualmente necessari”.

La block-chain, predispone inoltre le catene di fornitura per le modalità di pagamento tramite criptovaluta (ad esempio bitcoin) e permette di ridurre in maniera significativa i reclami in caso, ad esempio, di contaminazioni, determinando quindi anche benefici economici per le aziende oltre in termini di sicurezza alimentare. I dati caricati, infine, rimangono a disposizione di tutti i partecipanti alla block-chain.

Sul fronte macchinari, il primato nell’uso di questa tecnologia va a Turatti, in collaborazione con la startup Ez Lab, che ha appena sviluppato la prima macchina che usa block-chain per certificare i diversi passaggi di lavorazione di un prodotto, all’insegna di una maggiore sicurezza alimentare.
“I dati – spiega una nota dell’azienda – vengono automaticamente codificati su un registro immodificabile e possono essere controllati in ogni momento. Questo consente di certificare tutti i passaggi e le fasi di lavorazione a cui è stato sottoposto ogni singolo lotto. Una certificazione che può essere esibita come elemento di garanzia e prova in caso di eventuali contestazioni relative alla sicurezza del prodotto”.

Mariangela Latella